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Ingegneri liberi professionisti tra nuove opportunità di mercato e criticità normative

Indagine CNI: tra crescita dei redditi, domanda di tutela, nodi nei rapporti con la PA e conoscenza ancora limitata delle riforme, gli ingegneri cercano equilibrio.

Ingegneri liberi professionisti tra nuove opportunità di mercato e criticità normative
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La libera professione ingegneristica si trova oggi davanti a una fase di cambiamento che non può più essere letta soltanto in chiave congiunturale. L’indagine presentata dal Centro Studi CNI in occasione della Giornata Nazionale della Libera Professione, condotta su un campione di oltre 3.000 ingegneri iscritti all’Albo, restituisce infatti l’immagine di una categoria che continua a credere nel proprio lavoro, ma che allo stesso tempo chiede strumenti più adeguati per affrontare le nuove complessità del mercato, delle norme e dei rapporti istituzionali.

Indagine CNI: tra crescita dei redditi, domanda di tutela, nodi nei rapporti con la PA e conoscenza ancora limitata delle riforme, gli ingegneri cercano equilibrio.

Uno degli elementi più interessanti emersi dal report riguarda l’evoluzione organizzativa degli studi. Negli ultimi cinque anni, infatti, il numero dei liberi professionisti si è ridotto del 3,4% tra il 2019 e il 2024, mentre gli studi con dipendenti sono aumentati del 19%. Si tratta di una tendenza che suggerisce come il lavoro autonomo nel settore dell’ingegneria stia progressivamente abbandonando il modello del professionista isolato per assumere forme più strutturate, capaci di gestire attività complesse, carichi di lavoro crescenti e commesse che richiedono competenze sempre più integrate.

Questa trasformazione non segnala una crisi della libera professione, ma piuttosto una sua riconfigurazione. Gli studi tendono a crescere, ad aggregarsi e ad adottare una visione più manageriale, con un’organizzazione interna più articolata e con una maggiore capacità di rispondere alle richieste di un mercato tecnico in continua evoluzione.

Crescita di fatturati e redditi professionali

A sostenere questo cambiamento c’è anche una dinamica economica che, almeno nel recente passato, ha premiato la categoria. I dati richiamati dal CNI, elaborati sulla base delle informazioni collegate a Inarcassa, indicano che tra il 2019 e il 2025 il volume d’affari degli ingegneri liberi professionisti è passato da 3,8 miliardi a 6,8 miliardi di euro, con un incremento del 65%. Nello stesso periodo, il reddito professionale medio degli iscritti a Inarcassa è salito da 35.682 euro annui nel 2019 a 62.216 euro nel 2024.

Sono numeri che raccontano una fase di espansione significativa, soprattutto se letti nel contesto post-pandemico. Dopo gli anni più difficili legati alla crisi sanitaria, molti studi hanno beneficiato di una ripartenza che ha inciso non solo sui bilanci, ma anche sulla percezione delle prospettive future. Il settore dei servizi di ingegneria e architettura ha mostrato una vitalità evidente, favorendo un salto di scala che ha cambiato l’impostazione stessa di molte realtà professionali.

Soddisfazione alta, ma senza sottovalutare le criticità

In questo quadro, non sorprende che l’indagine evidenzi un livello elevato di fiducia. L’83% degli ingegneri coinvolti dichiara di essere soddisfatto della scelta di esercitare la libera professione, mentre il 65% riconosce che il mercato offre ancora opportunità importanti. È un dato che smentisce in parte la narrativa di una professione diffusa­mente in sofferenza e mostra invece una categoria consapevole delle difficoltà, ma ancora convinta del proprio posizionamento competitivo.

La soddisfazione, tuttavia, non coincide con l’assenza di problemi. Al contrario, proprio nel momento in cui la professione appare economicamente più solida, emergono con forza nuove richieste di tutela, maggiore rappresentanza e regole più coerenti. Gli ingegneri sembrano dire con chiarezza che la crescita dei numeri, da sola, non basta a garantire condizioni di lavoro più eque e sostenibili.

Più tutele e regole più chiare

Tra le priorità segnalate dagli intervistati compaiono innanzitutto strumenti di protezione del professionista nei casi di malattia, maternità o paternità, insieme alla richiesta di rafforzare la disciplina dell’equo compenso, che molti ritengono debba trovare applicazione in modo più netto anche nella committenza privata. Si affiancano a queste esigenze una migliore definizione delle attività riservate, una regolazione più precisa delle incompatibilità con altre attività lavorative e un rafforzamento delle coperture assicurative legate alla responsabilità civile professionale.

Il messaggio che arriva dal sondaggio è chiaro: la categoria non chiede soltanto più lavoro, ma un contesto professionale più moderno, capace di riconoscere le fragilità individuali e di garantire maggiore equilibrio tra obblighi, responsabilità e tutela economica.

Riforma delle professioni

Un altro elemento rilevante emerso dall’indagine riguarda la scarsa conoscenza del processo di riforma degli ordinamenti professionali. Soltanto il 37% degli intervistati dichiara di essere a conoscenza del progetto di revisione normativa. La quota sale al 44% tra i professionisti più anziani, ma scende al 24% nella fascia fino a 35 anni.

Il dato rivela un problema che non è soltanto tecnico o legislativo, ma anche culturale e comunicativo. Una parte importante della categoria rischia infatti di restare ai margini di un cambiamento che potrebbe incidere direttamente sull’accesso alla professione, sulle garanzie, sull’organizzazione del lavoro e sul sistema dei diritti. Chi conosce il processo di riforma indica come prioritarie proprio le questioni più concrete: tutela dell’attività lavorativa, equo compenso, assicurazioni, attività riservate e confini dell’esercizio professionale.

STP e società di ingegneria

Tra i temi approfonditi dal rapporto c’è anche quello delle forme di aggregazione tra professionisti, con particolare attenzione alle Società tra Professionisti. È un ambito che continua a essere percepito come potenzialmente strategico, ma ancora poco compreso da larga parte degli iscritti. Solo il 4% degli intervistati dichiara di avere una conoscenza approfondita della disciplina delle STP; il 40% afferma di conoscerla soltanto a grandi linee, mentre il 56% ammette di non averne alcuna conoscenza reale.

Un grado di familiarità leggermente superiore riguarda invece le società di ingegneria, che da molti vengono considerate più chiare e più funzionali sul piano operativo. Il giudizio sulle STP, comunque, non è di chiusura. Prevale piuttosto un atteggiamento interlocutorio: lo strumento viene considerato interessante, ma ancora poco trasparente nei vantaggi concreti che potrebbe offrire.

Tra i professionisti più informati emergono anche richieste molto precise, come l’estensione del regime di tassazione forfetaria ai soci delle STP e la non applicazione della disciplina fallimentare a questo tipo di società. In sostanza, l’idea dell’aggregazione viene vista con favore, ma per diventare una soluzione davvero diffusa ha bisogno di una cornice normativa più chiara, coerente e funzionale.

Il rapporto con la Pubblica Amministrazione resta il punto più critico

Se c’è però un ambito nel quale il disagio risulta più marcato, questo è il rapporto con la Pubblica Amministrazione. Il 64% degli ingegneri intervistati dichiara di interfacciarsi abitualmente con gli uffici pubblici nello svolgimento della propria attività e il 60% segnala criticità specifiche in questo rapporto. Il problema principale è la lentezza delle procedure, indicata dal 71% dei professionisti. Seguono la difficoltà di costruire un’interlocuzione diretta ed efficace con gli uffici, segnalata dal 63%, e gli ostacoli nell’accesso e nell’uso delle piattaforme digitali per la presentazione delle pratiche, evidenziati dal 56%.

Qui emerge una contraddizione ormai strutturale. Da un lato, al professionista viene richiesto di essere rapido, aggiornato, multidisciplinare e pronto a operare in contesti normativi complessi. Dall’altro, una parte della macchina amministrativa continua a essere percepita come lenta, frammentata, eccessivamente appesantita dalle regole e spesso poco accessibile nel dialogo quotidiano. Il risultato è che l’ingegnere finisce per investire energie non solo nella qualità tecnica del lavoro, ma anche nella gestione di passaggi burocratici che rallentano le pratiche e incidono direttamente sulla produttività dello studio.

Semplificazione e dialogo diretto

Secondo la lettura proposta dal CNI, il miglioramento passa lungo due direttrici principali. La prima è una reale semplificazione delle norme e dei procedimenti, capace di alleggerire un sistema spesso percepito come eccessivamente complesso. La seconda è la creazione di canali istituzionali chiari e stabili di confronto tra professionisti e amministrazioni, ad esempio attraverso sportelli dedicati o modalità ufficiali di interlocuzione diretta.

Per una categoria che opera quotidianamente tra progettazione, autorizzazioni, adempimenti e responsabilità tecniche, il rapporto con la PA non è una questione marginale. Al contrario, incide in modo diretto sulla competitività degli studi, sui tempi di esecuzione delle commesse e, in definitiva, sulla qualità dei servizi offerti a cittadini, imprese e territori.

Una categoria più solida, ma ancora in cerca di equilibrio

L’indagine del Centro Studi CNI restituisce dunque il ritratto di una libera professione che non appare ripiegata su se stessa, ma più consapevole del proprio peso economico e del proprio ruolo sociale. Gli ingegneri liberi professionisti non sembrano mettere in discussione la scelta compiuta; chiedono però condizioni operative più eque, regole più leggibili, strumenti associativi più efficaci e un confronto meno faticoso con il settore pubblico.

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